Dalla Protezione Civile alla cybersicurezza, fino alle infrastrutture critiche: cosa significa davvero mettere in sicurezza un Paese e chi se ne occupa ogni giorno.
Negli ultimi anni la parola resilienza è ovunque.
È nel nome del PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nei documenti europei su clima e infrastrutture, nelle linee guida sulla cybersicurezza, perfino nelle brochure aziendali.
Ma fuori dai convegni, se chiediamo a un cittadino cosa significa “rendere resiliente l’Italia”, le risposte si confondono: un po’ sicurezza, un po’ emergenze, un po’ digitale, un po’ clima.
Proviamo a rimettere ordine: che cos’è davvero la resilienza in ambito sicurezza Paese? Chi se ne occupa? E che tipo di professionisti servono per non restare indietro?
Piegarsi senza spezzarsi
La definizione più intuitiva non viene da un think tank, ma dalla Protezione Civile: essere resilienti significa piegarsi senza spezzarsi, assorbire un evento critico e tornare a funzionare, magari cambiati, ma vivi e operativi.
Applicata a un Paese, la resilienza non è solo “resistere all’urto” (un’alluvione, un blackout, un attacco informatico), ma:
- prepararsi prima,
- limitare i danni durante,
- imparare dopo, cambiando regole, infrastrutture e comportamenti.
È una parola che nasce dall’ingegneria e dalla psicologia, ma che oggi tiene insieme sicurezza, economia, società e ambiente.
Il primo pilastro: Protezione Civile e comunità
Il cuore della resilienza “fisica” del Paese è il Servizio Nazionale di Protezione Civile, un sistema che coinvolge Dipartimento nazionale, Regioni, Comuni, forze dell’ordine, vigili del fuoco, sanità e volontariato.
Qui la parola chiave è resilienza di comunità: non basta avere piani d’emergenza, sirene e mezzi; serve una popolazione che conosce i rischi del territorio, sa cosa fare, è parte attiva nella risposta.
Il futuro in questo campo si gioca su tre assi:
- cambiamento climatico: eventi estremi sempre più frequenti rendono obsoleta l’idea di “emergenza eccezionale”;
- pianificazione integrata: frane, alluvioni, ondate di calore e siccità non sono episodi isolati, ma facce di uno stesso rischio sistemico;
- coinvolgimento locale: sindaci, scuole, associazioni, aziende di servizi devono essere pezzi della stessa rete, non mondi separati.
In questo ecosistema lavorano figure molto diverse: ingegneri idraulici e geologi, pianificatori urbani, comunicatori del rischio, psicologi d’emergenza, coordinatori di volontariato. Tutti, a modo loro, fanno resilienza.
Il secondo pilastro: la cyber-resilienza
C’è una dimensione meno visibile ma altrettanto decisiva: quella digitale.
Dal 2021 l’Italia ha una Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) con il compito di rafforzare la capacità del Paese di prevenire, gestire e assorbire gli attacchi informatici. L’idea di fondo è semplice: non basta “difendere la rete”, bisogna garantire che servizi essenziali come sanità, energia, trasporti, finanza e pubblica amministrazione possano continuare a funzionare anche sotto attacco.
In concreto significa:
- capire dove siamo vulnerabili,
- monitorare in tempo reale ciò che accade,
- reagire rapidamente quando qualcosa va storto,
- ripristinare i servizi critici nel minor tempo possibile.
Su questo terreno si innestano:
- il PNRR, che investe sul rafforzamento delle infrastrutture digitali e sulla sicurezza dei servizi pubblici;
- le nuove direttive europee (come NIS2 e CER), che obbligano chi gestisce servizi essenziali ad adottare misure strutturate di sicurezza e continuità operativa, con obblighi di segnalazione e sanzioni in caso di incidenti.
Dentro questo quadro lavorano figure come:
- CISO (Chief Information Security Officer),
- analisti SOC e threat intelligence,
- specialisti di business continuity e disaster recovery,
- ingegneri di reti e infrastrutture critiche,
- esperti di governance e compliance che aiutano le organizzazioni ad allinearsi alle nuove norme.
Il terzo pilastro: clima, energia, infrastrutture
La resilienza di un Paese non riguarda solo emergenze e cyber, ma anche come progettiamo e gestiamo infrastrutture e politiche energetiche in un mondo che cambia.
L’Italia, come tutti i Paesi UE, ha una strategia di lungo periodo che punta alla neutralità climatica entro il 2050. Questo significa, in concreto:
- ripensare strade, ponti, reti idriche, ospedali perché reggano ondate di calore, alluvioni, blackout;
- rendere più robuste le catene di fornitura, soprattutto per energia e alimenti;
- proteggere porti, aeroporti, hub logistici e data center non solo dal rischio fisico, ma anche da tensioni geopolitiche e shock economici.
Qui servono ingegneri civili e ambientali, esperti di pianificazione energetica, economisti del clima, ma anche risk manager capaci di leggere insieme dati meteorologici, vincoli finanziari e impatti sociali.
Il problema dei “silos”
Oggi la resilienza italiana vive spesso in silos separati:
- la protezione civile parla di rischio idrogeologico e terremoti;
- l’ACN e le aziende ICT parlano di incidenti cyber;
- i ministeri dell’ambiente e dell’energia parlano di adattamento climatico;
- le aziende pensano alla propria continuità operativa perché lo impone la normativa.
Quello che manca è un luogo di sintesi in cui questi mondi si parlino in modo sistematico e non solo durante una crisi.
Per questo, a livello internazionale, sta emergendo una figura trasversale: il chief resilience officer (o ruoli equivalenti), incaricato di tenere insieme:
- analisi dei rischi,
- pianificazione d’emergenza,
- sicurezza informatica,
- continuità dei servizi,
- comunicazione con cittadini, media e stakeholder.
In Italia questi profili iniziano a comparire in alcune grandi città, multi-utility, grandi gruppi industriali e amministrazioni centrali, ma siamo ancora agli inizi. Le nuove norme europee, però, spingono chiaramente in questa direzione: non basta essere “sicuri”, bisogna dimostrare di essere resilienti, cioè capaci di resistere e ripartire.
Di cosa avremo bisogno
Guardando avanti, la domanda non è se l’Italia dovrà investire in resilienza, ma come.
Tre esigenze appaiono già chiare.
1. Competenze ibride
Serviranno sempre meno profili chiusi e sempre più professionisti capaci di muoversi tra discipline: ingegneri che capiscono scenari geopolitici, esperti cyber che conoscono i processi industriali, pianificatori urbani che sanno leggere dati climatici, comunicatori che parlano di rischio senza cadere nel sensazionalismo.
2. Cultura della prevenzione
La resilienza non può restare parola da slide. Dovrà diventare abitudine quotidiana: esercitazioni realistiche, piani di emergenza realmente conosciuti da chi vive in un territorio, percorsi scolastici che insegnino a leggere i rischi del proprio quartiere, formazione vera per sindaci e amministratori.
3. Trasparenza e responsabilità
Se chiediamo a cittadini e imprese di cambiare comportamenti, pagare tasse, accettare nuove regole, dobbiamo anche mostrare dove vanno le risorse dedicate alla resilienza e che risultati producono: quali infrastrutture sono state rinforzate, quali lezioni sono state tratte dopo ogni crisi, quali errori non si ripeteranno più.
La domanda che resta
La resilienza di un Paese non si misura solo dai piani scritti o dalle leggi approvate, ma dalla risposta a una domanda molto concreta:
Quando qualcosa va storto – un’alluvione, un blackout, un attacco informatico, una crisi energetica –
quanto tempo impieghiamo a tornare davvero operativi, e chi viene lasciato indietro?
Se la risposta è: “troppo tempo, e sempre le stesse persone”, allora non basta avere strutture e acronimi nuovi.
Serve un salto di qualità: mettere al centro la resilienza come capacità collettiva, non solo come parola chiave nei bandi.
È lì che The Integrity Times continuerà a guardare: nei punti di contatto tra strategie e vita reale, tra chi scrive le linee guida e chi, di fronte a un’emergenza, deve scegliere se chiudere un ospedale, un data center, una scuola o un’azienda.
Perché un Paese resiliente non è quello che non cade mai,
ma quello che non lascia indietro nessuno quando si rialza.
Fonti e approfondimenti
Per chi vuole approfondire:
- Dipartimento della Protezione Civile – Documenti su rischio, pianificazione e resilienza di comunità.
- Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) – Strategia nazionale di cybersicurezza e iniziative per la cyber-resilienza.
- Unione Europea – Direttive NIS2 e CER su sicurezza delle reti, dei sistemi informativi e resilienza delle infrastrutture critiche.
- Santo Pantuso, Arma Cyber Nazionale e Resilienza di Paese: Governance, perimetro operativo e sinergie pubblico–private – Ricerca su modelli di difesa cyber nazionale, coordinamento pubblico-privato e framework di resilienza operativa (DOI: 10.5281/zenodo.17494832).
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